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Industria 4.0: a che punto è l’Italia?

 

Ormai è sotto gli occhi di tutti: il periodo pandemico da Covid-19 ha dato un impulso fortissimo alla meccanizzazione e, soprattutto, alla digitalizzazione dei processi in qualsiasi settore. L’uso della tecnologia è schizzato alle stelle, pertanto non deve stupire che, oggi, il mercato 4.0 abbia un valore complessivo stimato di 4,1 miliardi, in aumento di 200 milioni di euro rispetto al 2019. Alcune tecnologie – diventate ancora più importanti durante i vari lockdown e la conseguente riorganizzazione del lavoro da remoto – come il cloud sono state utilizzate dalla maggior parte delle aziende italiane (60% secondo l’Istat) nel 2020 con una crescita del 36% rispetto al 2018. 

 

Anche l’installazione di robot e il ricorso all’intelligenza artificiale mostrano trend in grande aumento insieme alle soluzioni di Industrial IoT (+31%). Come evidenziato dal Politecnico di Milano, i progetti implementati sono stati concentrati soprattutto sulla connettività e l’acquisizione di dati, e l’Internet of Things che ha raggiunto il valore complessivo di 2,4 miliardi di euro.

 

Un discorso di questo tipo vale soprattutto per l’industria, dove l’industria 4.0 ha visto uno sviluppo senza eguali, complice anche le politiche nazionali in tema di PNRR e, dunque, di Piano Transizione 4.0. I più recenti dati sullo stato di adozione e applicazione delle tecnologie 4.0 in ambito industriale rivelano che l’Italia mantiene una salda posizione in Europa e nel mondo. Con circa 5.400 imprese manifatturiere high-tech 2, l’Italia rientra tra i primi quattro Paesi in Europa (insieme a Germania, UK e Polonia), dove si contano nel complesso circa 46.000 imprese ad alta tecnologia.

Competenze e ricerca per l’industria 4.0 in Italia

Ma la tecnologia non è tutto. Quello che infatti si profila come la nuova, più grande sfida per lo sviluppo dell’industria 4.0 in Italia è l’alimentazione di altri due piani necessari al progresso e allo sviluppo industriale in tutto il nostro Paese: quelli, cioè, delle competenze e della ricerca. Ebbene, per la seconda il Piano Transizione 4.0 è chiaro: alla ricerca spettano risorse pari a 11,4 miliardi, nove dei quali sono in dotazione del Ministero dell’Università e della Ricerca. 

 

Più problematico, invece, il piano delle competenze e, dunque, della formazione: si tratta, però, di un tema scottante, dettato dal fatto che il mercato è in continua evoluzione e la formazione professionale deve essere continua e sempre aggiornata, per permettere a tutti gli operatori non solo di conoscere gli strumenti ma anche di poterli applicare in maniera adeguata a tutta la filiera. 

 

A tal scopo sono stati messi in campo diversi driver in grado di guidare il cambiamento: parliamo degli Ecosistemi di innovazione previsti dal MUR, delle università e dei centri di ricerca nello schema disegnato dalla cabina di regia governativa, ma anche degli EDIH, i Digital Innovation Hub Europei, pochi in ogni nazione che diventeranno veramente gli snodi territoriali sui temi dell’innovazione e del 4.0. 

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